Il pavimento della libreria è a scacchi bianchi e neri. Alle pareti ci sono mensole laccate di rosso con tanti libri in esposizione.
In fondo alla sala c’è il banco con la macchina per l’espresso, quella per la birra alla spina e lo scaffale con le bottiglie dei liquori. Siamo a Roma, in una libreria di cui non importa il nome. Non c’è odore di caffè e i ragazzi seduti ai tavoli sorseggiano aperitivi accompagnati da patatine mentre
parlano sottovoce. Ridono.
Lei arriva e si aggira per la sala abbracciando ora questo ora quello.
E’ una maglietta nera sopra un paio di jeans , intorno al collo ha una sciarpa di ciniglia verde. I capelli sollevati sulla testa, un ombra di rossetto e una linea azzurra a contorno degli occhi. Intorno all’indice della mano destra ha un laccetto dello stesso colore della sciarpa, e quando parla la mano sembra tracciare nell’aria arabeschi verdi.
Si siede. Aspetta che si faccia l’ora, che arrivino tutti. Nasconde l’ansia dietro grandi sorrisi. Alle sue spalle lo scaffale coi libri. Guarda i ragazzi che sorseggiano l’aperitivo, alcune donne sedute sulle poltrone.
Si alza e comincia a parlare:
“Sono qui, stasera, per leggervi un mio testo; senza introduzione, senza dirvi da dove viene e perché. Ve lo leggo, felice di vedervi in attesa. Mi sento emozionata ma, quando si inizia una cosa bisogna portarla avanti fino alla fine, come diceva mia nonna:
«Rispetta la tua storia, alla fine il silenzio parlerà ».
Nel locale si fa silenzio. La sua voce comincia a spiegarsi con una vivacità che diventerà dolcezza , poi dubbio e poi affermazione categorica , poi incertezza e rabbia, disillusione e dolcezza ancora. Un rotolare di parole che intrecciano una storia in cui la scrittura fa da canovaccio, è la sua voce la spina dorsale .
Legge quieta, composta, priva dell’enfasi che è spia del mestierante, tenta il gioco della scrittura.
Diventa scrittura lei stessa, nel momento in cui la parola suona attraverso di lei.
Parla di donne che hanno vissuto una vita non facile: dipendenti dall’amore, un gran bisogno d’amore che le ha spinte a commettere azioni inconcepibili, talvolta umilianti.
Donne che si destinano a rendere felici gli altri e infelici se stesse.
E perciò soffrono, si scontrano con una realtà che le isola.
Dice di loro: “Sognatrici che camminano a occhi aperti in una solitudine senza rimedio”.
Poi i versi di Mario Luzi:
“Occorre una specie di rogo purificatorio del vaniloquio cui ci siamo abbandonati e del quale ci siamo compiaciuti.
Il bulbo della speranza, ora occultato sotto il suolo ingombro di macerie non muoia, in attesa di fiorire alla prima primavera”.
Ci avvolge la sua voce, calda e suadente come una Malvasia, dotata di quel garbo interpretativo che bilancia la dolcezza evitando che diventi stucchevole, come talvolta sono i poeti.
Tace.
Anche il pubblico.
Il silenzio parla.
“Adesso mi piacerebbe saperci in pace” dice a conclusione “sapere che il nostro cuore è tornato leggero. Dorato da un raggio di sole autunnale”.
Mentre la sua mano traccia nell’aria arabeschi verdi.